Entrevista (en italiano)


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Posted by La dulcinea italica on April 07, 1997 at 09:24:09:

Hola a todas! envio a continuacion una entrevista que hize en Italia, hace dos meses, a Margarita Gutierrez, representante de la Anipa (Asemblea Nacional Indigena Plural por la Autonomia). Ella estaba en Italia para participar a un curso internacional sobre los derechos humanos de los pueblos indigenas de America latina. Ahora tengo solo una version en italiano, estoy preparando la version en espanol.

saludos, Ilaria Lazzrini


Intervista a Margarita Gutierrez
(rappresentante della ANIPA )


Orvieto, 1 febbraio 1997


Prima di tutto vorrei sapere come si chiama e qual è la sua etnia di appartenenza?

Mi chiamo Margarita Gutierrez, appartengo al popolo indigeno (ñeño) ora conosciuto come Otomìes. Sono nata nello stato di Hidalgo, ma attualmente vivo in Chiapas.

A cosa si dedica e da quanto tempo?

Ora ho trentaquattro anni e mi dedico all'organizzazione fin da quando ne avevo quindici. Sono sempre stata impegnata nell'organizzazione in differenti spazi e in differenti tappe, però mi sono sempre dedicata alla lotta per il popolo.

Si è sempre dedicata ai diritti dei popoli indigeni?

Sì, ho lottato sempre per l'identità, però ogni processo è stato differente. Ho iniziato con l'educazione per gli adulti utilizzando anche la trasmissione attraverso la radio. Lavoravo alla preparazione dei programmi e appoggiavo un progetto a favore di persone che tagliavano una fibra (agave) e utilizzavano questa fibra per fare lacci, corde, sacchi e tutta un'altra serie di prodotti. Io lavoravo al progetto in radio per favorire l'abilitazione professionale. Successivamente il progetto si rivolse al tema dell'autosviluppo e della gestione comunitaria. Sempre con il proposito di recuperare e rafforzare la presta-fuerza che è una sorta di lavoro collettivo. Per esempio, se mio padre va a raccogliere il mais vanno con lui diversi vicini perché mio padre in precedenza aveva aiutato loro a raccogliere il mais. E' una sorta di aiuto reciproco. Poi, all'incirca dodici anni fa, iniziai a lavorare in maniera più diretta per i diritti umani, per i diritti delle popolazioni indigene, per il recupero della nostra identità e del nostro idioma. Ho partecipato poi al Dialogo di pace tra l'EZNL e il governo, dove si è discusso della problematica indigena e anche della condizione delle donne indigene. Mi sono sempre interessata ai problemi delle donne perché sono convinta che anche noi dobbiamo partecipare e non dobbiamo stare sempre in casa, sottomesse alla tradizione.

Com'è la relazione tra la donna e l'uomo. C'è discriminazione anche all'interno della famiglia? Per esempio, la donna è libera di scegliere il suo sposo, può partecipare alle decisioni? In questo senso la Ley Revolucionaria de las Mujeres ha portato qualche cambiamento?

Il Messico è uno stato multilingue, pluriculturale, multietnico. Per questi motivi gli usi e i costumi possono variare molto. Però in generale si può comunque dire la donna non partecipa quasi per niente. Una comunità acquista valore quando nasce un bambino maschio. Il primo figlio della coppia deve essere maschio, se è femmina va bene, però non è la stessa cosa. Per questo noi diciamo che siamo discriminate già prima della nascita. Noi dobbiamo fare tutti i lavori in casa, perché è l'uomo che deve andare fuori. L'uomo non pulisce in casa perché questo non è lavoro da uomini.


Anche in Italia in certi casi, soprattutto nel Sud la donna è discriminata.

Si, io credo che sia una problematica che può essere considerata generale. Nel caso dei popoli indigeni noi stiamo lottando per un diritto, però anche noi donne stiamo lottando per un diritto. Ci sono naturalmente specificità e la donna indigena è svantaggiata rispetto alle altre donne sia perché è sottomessa a tutta una serie di tradizioni sia perché, in molti casi, vive in territori isolati, dove non c'è accesso alla salute, all'educazione, dove subisce una grave situazione di povertà ed emarginazione.
Per quanto riguarda la scelta del compagno o del marito ci sono delle variazioni dipendenti dalle diverse tradizioni. Nel caso della mia regione (Hidalgo), la donna non conosce il suo futuro marito, sono i genitori a scegliere. I genitori sono quelli che fanno l'accordo e così avviene anche in Chiapas. Però questa tradizione sta cambiando, perché si sta cominciando a riconoscere che non è positivo che i due giovani non si conoscano prima di sposarsi. Ancora esiste la tradizione della richiesta formale dei genitori che sono appunto quelli che fanno il l'accordo, però i promessi sposi si possono conoscere prima. Le tradizioni adesso stanno diventando più flessibili. Si è discusso molto del fatto che usi e costumi possono violare i diritti umani delle donne. Per esempio se c'è una pratica che intristisce il cuore della donna questa può non essere positiva; quindi su questo bisogna discutere.
Per quanto riguarda la Ley Revolucionaria de las Mujeres questa ha cambiato un po' la realtà. Secondo le informazioni che abbiamo è stata la Comandante Ramona a conquistare San Cristobal de las Casas; inoltre ha comandato l'esercito zapatista in molti luoghi strategici. Anche se è certo che già abbiamo tutta una traiettoria e una lunga storia di sopravvivenza e resistenza nelle nostre comunità, però è anche vero che il primo gennaio 1994 ha portato più movimento e ha fatto si che si creasse un dibattito nazionale in Messico sui diritti delle popolazioni indigene e anche sui diritti delle donne.

Com'è la giornata tipica di una donna indigena?

Le attività nelle diverse comunità variano molto, però in genere ci si alza alle 4/5 del mattino; dipende dall'attività a cui ci si dedica, però questo è l'orario in cui ci si alza in genere. La donna deve per prima cosa andare a caricare la legna per accendere il fuoco, preparare il caffè o qualche altra cosa da mangiare e poi inizia a lavorare le tortillas, che sono la base della nostra alimentazione. Fare le tortillas non è una cosa semplice perché si deve macinare il mais con un mulino manuale e dove questo non c'è con il metate . Quando non ci sono entrambi c'è il mulino , però questo spesso è distante anche diversi chilometri e bisogna camminare molto per arrivare lì. E così durante il giorno si fanno diverse attività: bisogna preparare da mangiare, bisogna tessere, bisogna fare i prodotti dell'artigianato, a volte si devono far pascolare gli animali oppure si deve andare a vendere la verdura. Poi un'altra volta a fare le tortillas. Molte volte le donne anche quando sono nelle assemblee lavorano, macinano il mais, tessono, ecc. Poi viene la cena e si devono fare di nuovo le tortillas, non vanno bene quelle della mattina perché la tortillas devono essere mangiate calde. Poi alla sera si deve sistemare il mais per metterlo nel nixtamal il giorno seguente.

Ci sono i servizi di base come acqua e luce elettrica?

L'acqua non c'è e spesso bisogna camminare per diversi chilometri per andarla a prendere e anche per andare a lavare i panni. La luce elettrica in alcune zone c'è, però non ci sono tutti gli altri servizi di base. Comunque concretamente quello che richiede più sforzo e tempo è la macinazione del mais e il lavaggio dei panni. La donna va a dormire alle nove di sera e tutti i giorni sono uguali.

Le famiglie sono numerose?

Sì. Io ho solo due figli, però in genere nelle famiglie indigene ci sono molti figli, da cinque in avanti. Io per esempio, ho una zia che ha quindici figli, altre zie hanno sette, otto, nove figli. Adesso io e le mie sorelle non abbiamo molti figli. Io ne ho solo due, anche perché se voglio dedicarmi alla lotta non posso occuparmi di molti bambini. Quindi io continuo a dedicarmi alla lotta per i diritti delle popolazioni indigene e contemporaneamente mi occupo della casa. A me tocca la maggior parte delle responsabilità e quando sono impegnata devo trovare il modo di appoggiarmi a mia madre e alle mie sorelle perché è mia responsabilità che i figli rimangano in buone mani. Anche per venire qui in Italia ho dovuto fare così e adesso quando torno in Messico devo occuparmi di tutto in casa.

Ci sono organizzazioni che si occupano in maniera specifica dei problemi delle donne?

Sì, in quasi tutte le organizzazioni indigene ci sono spazi per discutere i problemi delle donne: malattie, maltrattamenti, violenza. Però si sta appena cominciando, perché ancora oggi se anche la donna è presente nell'assemblea non può partecipare alla discussione perché ancora c'è l'idea che le opinioni della donna non hanno valore.

Ma esistono i cosiddetti canali informali del potere? Può la donna, anche se non partecipa attivamente all'assemblea far valere la sua opinione discutendo a casa con il marito sui temi affrontati nell'assemblea?

Sì, si può discutere prima, però poi alla fine sono gli uomini che decidono e la donna non può mettersi contro suo marito, deve accettare le sue decisioni. Il capo della famiglia è l'uomo e non si possono mettere in discussione le sue decisioni. Ora comunque qualcosa sta cambiando, noi vogliamo un cambiamento. Adesso in Messico si sta parlando di democrazia, però la democrazia deve cominciare dalla casa; non puoi lottare per i diritti del popolo quando i diritti non sono rispettati nella tua casa.

Com'è la situazione delle donne indigene nelle città?

Ci sono molte compagne indigene che vanno in città a prestare il loro lavoro. Qui sono sfruttate, non hanno un salario adeguato e in molte occasioni vengono violentate dai padroni. Inoltre c'è molta prostituzione.

Ho letto un articolo della Jornada che mette in relazione la proliferazione della prostituzione in molte zone del Chiapas con la presenza dell'Esercito Messicano

Sì, questo è vero perché prima questa pratica non esisteva nelle comunità. Ora con l'esercito è arrivata anche la prostituzione soprattutto per le ragazze più giovani e questo porta anche all'introduzione dell'AIDS e di altre malattie. Questo è quello che sta succedendo. Però la vita nella città non cambia. Voglio dire che la vita della donna indigena è senz'altro la più difficile, però in Messico la vita della donna in generale non è molto facile. C'è molta disintegrazione familiare, perché le donne cominciano a mettere in discussione il loro ruolo, cioè cominciano a non accettare il fatto di dover essere sempre in accordo con il marito. La vita delle donne in generale è discriminatoria. Anche se per le donne indigene la situazione è peggiore in quanto soffrono una triplice discriminazione: come donne, come povere, come indigene.

Come reagiscono di fronte alla realtà femminile indigena le donne messicane non indigene?

Adesso c'è questa lotta per la rivendicazione dei diritti della donna. Stanno cominciando a capire che sì ci sono differenze e specificità, però comunque tutte subiamo una discriminazione.
Bisogna vedere se si può arrivare insieme ad una lotta. Una donna che non è indigena non può rinunciare al fatto di non essere indigena; questa è la sua identità e la deve difendere. Però qual è la sua proposta, che cosa può portare a questa lotta? Ci sono sicuramente gradi diversi di discriminazione, in ogni caso adesso si comincia ad avere maggiore coscienza di quella che è la problematica delle donna indigena. Una donna della città può discutere più facilmente con il marito; nel caso della donna indigena questo è molto più difficile perché le decisioni da prendere non sono personali, ma collettive in quanto riguardano tutta la comunità. Così sono regolate le relazioni.
Quando per esempio c'è un problema di coppia, se la donna si lamenta davanti all'autorità della comunità vuol dire che si è arrivati ad un grado massimo, quasi alla separazione. Non è tanto facile arrivare alla separazione. Nonostante non ci si sposi in chiesa né civilmente non c'è diritto alla separazione; un matrimonio è per sempre, questa è la tradizione. In questi casi comunque la donna non ha voce in capitolo, è la collettività che decide cosa si deve fare. Tuttalpiù sono i genitori che possono influenzare la decisione dell'autorità.

Le autorità della comunità come vengono elette?

E' un'assemblea generale che sceglie le autorità, in maniera democratica, con il consenso degli uomini e delle donne. Però le autorità sono composte solo da uomini, e quindi specialmente nei casi di problemi all'interno della coppia non si capisce quella che è la problematica della donna. Quello che noi proponiamo è che anche queste autorità siano formate sia da uomini che da donne. Perché in questo modo la sanzione da applicare può essere vista anche con altri occhi.

Quali sono i valori principali della cultura indigena femminile?

Il valore fondamentale è il rispetto della natura, della madre terra. Questo va visto anche in relazione con la fertilità; la donna rappresenta l'alimento e il calore della casa. La donna è quella che riproduce i valori di una cultura; insegna per esempio ai bambini il modo in cui rivolgersi al sole, al sacro sole, all'acqua, ecc. Io ricordo che mia madre la mattina presto diceva sempre a me e ai miei fratelli che non volevamo alzarci : " Alzatevi, che ci sono i primi raggi del sacro sole!". Io ora rivaluto quei suoi insegnamenti perché vedo che c'è poca gente che apprezza quello che può essere un giorno di sole, una notte di luna, l'aria che respiriamo. Tutte cose che abbiamo a portata di mano, ma che non apprezziamo. Io penso che sia una grande filosofia, una filosofia molto saggia. Che ci dice di non spezzare le braccia degli alberi per non far loro male, di non gettare le pietre contro il fiume. Anche il fatto di accendere il fuoco è visto come una cerimonia sacra. E questo purtroppo oggi un po' si sta perdendo.
La donna poi insegna ai bambini i valori collettivi, insegna a fare i lavori di artigianato e i vestiti. Ma ha anche un ruolo molto importante nel tramandare l'idioma che è quello che ci distingue.

Sono quindi soprattutto le donne le educatrici delle nuove generazioni. Quali sono le loro responsabilità nell'educazione e nella socializzazione dei bambini?

Adesso noi stiamo generando un nuovo pensiero e nuove regole di convivenza. Noi come indigene vogliamo recuperare cose come l'idioma, i vestiti tradizionali; però vogliamo anche per i bambini il diritto ad una educazione non discriminatoria e che mantenga l'identità. Oggi in Messico nei confronti degli indigeni c'è una discriminazione non riconosciuta, però esiste questa discriminazione. Per esempio se uno va all'università e parla un idioma indigeno non è ben visto, è guardato come un essere inferiore rispetto a coloro che parlano spagnolo, alla razza meticcia.

Ci sono progetti educativi rivolti specificamente alle donne?

No, per il momento non ci sono anche se ora con il dialogo che c'è in Chiapas si cerca di portare avanti anche questa istanza. Ora che qui in Italia stiamo facendo un corso di diritto umanitario internazionale, ci rendiamo conto che uno stato incorre in violazione di diritti umani quando non crea i meccanismi necessari per proteggere i diritti umani e un caso è la violenza contro le donne. Ci sono organizzazioni indipendenti, non governative che cercano di fare qualcosa nonostante i problemi finanziari, però noi stiamo cercando di agire a livello nazionale a favore delle donne. Il Messico è un paese molto vasto in cui sono presenti cinquantanove etnie, ogni popolo dal nord al sud del Messico vive una vita differente.

Ci sono molte differenze?

Sì, ci sono differenze sia geografiche sia relative al grado di emarginazione e povertà. Il Chiapas è una delle regioni più povere, però bisogna dire che in tutte le regioni indigene c'è povertà. In alcune zone ora ci sono strade, luce, telefono, però questo non migliora di molto le reali condizioni di vita.
Questo perché il governo vuole soltanto comprare le coscienze per ottenere voti; quindi agisce per un tornaconto politico e non per migliorare effettivamente la qualità della vita nelle comunità.

Che ruolo hanno le donne all'interno dello zapatismo?

Hanno sicuramente un ruolo molto importante: la Comandanta Ramona ha guidato la rivolta; inoltre sono state le donne zapatiste a proibire la vendita dell'alcool nella comunità. Questo perché i mariti spesso si ubriacano e poi picchiano le mogli, che sono quindi quelle che subiscono le peggiori conseguenze di questo vizio. Le zapatiste sono quelle che hanno introdotto nuove regole nelle comunità. Hanno dimostrato che la donna è capace. Gli uomini pensavano che le donne non fossero in grado di usare una pistola, invece in realtà si può dire che sono proprio le donne le migliori combattenti. Infatti l'otto marzo dello scorso anno in occasione del giorno internazionale della donna, anche il Subcomandante Marcos ha riconosciuto in un comunicato il ruolo fondamentale delle donne nello zapatismo. Hanno un ruolo molto importante perché non stanno a margine di questa lotta, ma stanno alla pari con gli uomini, né più né meno.

I centri di diritti umani hanno accusato il governo per l'aumento della militarizzazione del Chiapas. Questo aumento del terrore sembra indicare una guerra imminente. Come vivono le donne indigene nelle aree di conflitto?

Durante i mesi di guerra abbiamo vissuto un clima di grande violenza, che è ancora presente. Molte donne indigene sono state violentate dai soldati governativi. E' stata violentata anche la compagna Cecilia Rodriguez, che non è indigena, ma appoggia lo zapatismo negli Stati Uniti e si occupa delle relazioni internazionali. Costantemente la presenza dei militari si è accompagnata alla violenza contro le donne e alla proliferazione della prostituzione. C'è molta militarizzazione in tutte le regioni indigene e non solo in Chiapas, anche in Guerrero, Oaxaca, etc. Ci troviamo in una guerra di bassa intensità, una guerra reale benché non riconosciuta, visto che è necessario lo scontro diretto tra gli eserciti per dire che siamo in uno stato di guerra. Non si riconoscono i diritti degli indigeni, anche gli accordi di San Andrés non sono stati rispettati dal governo. Però io credo che se si vuole dare al Messico un immagine di sviluppo, è necessario che prima vengano risolti i contrasti interni. Adesso però ci rendiamo conto che non c'è una reale volontà politica da parte del governo per il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni.

Qual è la sua visione sugli ultimi eventi delle realtà politica messicana?

La politica ci è stata sempre imposta, però io credo che adesso noi, come movimento indigeno, stiamo procedendo, il cammino è molto definito. Se gli accordi si firmeranno avremo fatto un passo avanti. Noi abbiamo un progetto a largo raggio, è un progetto che ci permette di riscoprire la nostra identità e di non vergognarci di essa. Sappiamo che esistiamo allo stesso modo di uno che parla spagnolo, di un italiano, di un tedesco. Ognuno ha le sue caratteristiche, ma non è migliore o peggiore. Io credo che non ci siano categorie e lotto per il recupero della nostra identità. In Messico ora c'è una reale crisi politica per quanto si impegnino a dire che questa crisi non c'è e questo perché ci sono delle nuove esigenze. Lo stesso si può dire per il movimento indigeno, cioè anche in questo caso quando le donne cominciano a partecipare questo crea una crisi, un cambiamento che può portare a degli squilibri. Ora la gente è più critica, quindi si rende conto se non c'è una reale volontà politica


I mezzi di comunicazione hanno seguito le vicende legate alla questione indigena?

Sì, io credo che è proprio grazie alla stampa che si è potuta conoscere la questione indigena. A livello nazionale la stampa parla sempre del movimento indigeno, mentre sei-sette anni fa non si parlava mai degli indigeni. Ora invece a partire dal novantaquattro, anzi forse anche un po' prima, si è cominciato a parlarne. Questo interesse dei mezzi di comunicazione ha fatto sì che le richieste del movimento indigeno fossero conosciute anche in Europa. Proprio in Europa sono nati molti comitati che appoggiano la causa indigena.

Com'è il rapporto tra donne indigene zapatiste e civili?

Si può dire che non c'è rapporto, perché noi le conosciamo solo per sentito dire. Anche se ora abbiamo potuto vederle perché sono state presenti al dialogo, però erano incappucciate e allora non sappiamo come sono. In ogni caso comunque la loro presenza ha rafforzato le nostre rivendicazioni.

Per quanto riguarda la salute qual è la situazione della donna indigena?

Non c'è accesso alla salute, c'è una mortalità molto elevata per le donne. Abbiamo dei problemi di salute molto seri; io credo che si sia modificata anche la genetica perché le donne sono denutrite e nonostante questo hanno molti figli. La prima gravidanza si ha molto precocemente, in genere intorno ai quattordici, quindici anni e anche i bambini sono denutriti. Inoltre noi diamo il latte materno anche fino a tre anni, quindi a volte dobbiamo allattare più figli contemporaneamente. Io solo adesso so che il latte materno è buono solo fino a sei mesi dal parto e che dopo i bambini hanno bisogno di altre cose da mangiare. Ci sono molte malattie che colpiscono l'apparato riproduttivo ed è un tabù anche parlare di queste malattie che colpiscono le donne.
Si può dire che da questo punto di vista oggi per la donna indigena non c'è niente; anche quando vanno nei centri di assistenza non vengono capite, non si capisce la loro lingua, il loro modo d'essere. Inoltre bisogna dire che gli indigeni, specialmente gli anziani, hanno paura perfino di prendere una pastiglia. Mia nonna vissuta fino a cento anni non ha mai preso una pastiglia. Per prendere una pastiglia doveva essere veramente molto grave e se io provavo a mettergliela in bocca lei la ributtava fuori. Però bisogna considerare che ci sono anche i rimedi della medicina naturale; è chiaro che le pastiglie hanno un effetto più rapido, però soprattutto le persone anziane non vogliono prendere le medicine perché si fidano solo dei rimedi tradizionali.

C'è per le donne indigene un modello femminile di riferimento?

La proposta delle donne indigene è di conquistare i nostri diritti come donne, non vogliamo essere né al di sopra né al di sotto dell'uomo. Deve esserci complementarità e credo che questo sia molto importante. Non abbiamo un'idea femminista radicale. Noi siamo arrivate alla conclusione che l'uomo non è il colpevole né il responsabile. Si tratta di un sistema strutturale che si riproduce in questa maniera. In un certo senso siamo anche noi donne che rendiamo gli uomini così come sono visto che siamo soprattutto noi che educhiamo i bambini. Ci stiamo rendendo conto che anche noi donne indigene dobbiamo impegnarci affinché ci sia un cambiamento. La nostra filosofia è quella della complementarità tra uomo e donna, non siamo rivali, siamo complementari, per questo motivo siamo differenti. Noi stiamo lottando contro un modello, un sistema, non contro le persone, non sono loro le responsabili della storia.

Qual è il ruolo della religione?

La religione ha avuto un ruolo molto importante in questo perché è quella che dice che non si deve contraddire il marito. Voglio dire che questo aspetto di sottomissione della donna si è fatto molto più forte nelle tradizioni indigene dopo l'introduzione della religione cattolica. La Chiesa spesso interviene quando in alcune regioni indigene le coppie non si vanno a sposare in chiesa con il vestito bianco. La religione dice che è peccato quando le coppie vivono in unione libera. Però per noi non è una unione libera, è semplicemente il modo di formare una coppia. Con l'arrivo degli Spagnoli sono state introdotte nuove regole e la Chiesa ha avuto un ruolo in questo, anche la Chiesa ci ha oppresso. Adesso con la teologia della liberazione si parla della liberazione dei popoli, però se da un lato ci da la possibilità di affermare il nostro diritto alla libertà, dall'altro continua a schiacciarci introducendo valori che sono in contrasto con la nostra cultura.


Che speranze ci sono concretamente nel futuro delle donne indigene?

Innanzitutto noi lottiamo per i nostri diritti come popolazioni indigene e poi conduciamo una lotta interna, parallela. Forse questa lotta interna non possiamo vincerla adesso, però stiamo lottando per le generazioni future. Adesso possiamo cambiare poco perché ormai siamo abituati a questo mondo, però nel futuro credo che potranno esserci dei cambiamenti. E questo vale non solo per i popoli indigeni, ma per il mondo intero.

Vuole aggiungere qualcosa?

Sì, io credo che adesso si comincia a capire che non c'è niente di stabilito, di definito. Io penso che tutto adesso è in movimento, la natura stessa è in movimento. Nel passato hanno introdotto l'idea che se cambiamo qualcosa violiamo le nostre tradizioni. Ma noi indigeni dobbiamo capire che se per esempio noi donne usiamo i pantaloni questo non è significativo. Io, se mi metto i pantaloni, non perdo il mio idioma indigeno, non perdo la mia identità, né la mia comunità. Io credo che non si debba creare uno stereotipo e questo affinché la gente non indigena sappia che gli indigeni non sono quelli del passato. Noi indigeni ci siamo adattati al cambiamento, siamo sopravvissuti e abbiamo resistito. Essere indigeno non significa non essere intelligente, non poter studiare, non saper proporre. Soprattutto qui in Europa molti credono che gli indigeni siano quelli che portano le penne in testa, i pennacchi, che vanno scalzi. Gli indigeni sono considerati la classe peggiore. Anche il governo messicano pensa che è la nostra cultura che rende arretrato il paese. Ma noi viviamo nella oppressione, non siamo partecipi delle decisioni; ci impongono progetti, modelli economici perché conviene, perché nelle regioni indigene c'è una grande ricchezza di vita, di risorse naturali. Ma ora tutto questo è stato messo in discussione, adesso anche noi siamo presenti nel dibattito, anche noi abbiamo una proposta per il futuro nostro e degli altri. Nella realtà non devono esserci stereotipi, perché anche noi indigeni possiamo usare un computer, possiamo viaggiare e questo rispettando la nostra cultura. Noi abbiamo diritto a uno sviluppo e stiamo proponendo uno sviluppo che mantenga intatta la nostra identità.







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